Per un Manifesto Culturale della Space Economy

DI MARCO PANELLA

Immaginate lo stupore.
Siamo nel 1958, l’Italia del boom economico è in movimento, sono passati solo pochi mesi da quando i russi hanno mandato in orbita lo Sputnik I e, subito a seguire, lo Sputnik II con a bordo Laika, la cagnetta dal destino segnato che commuove il mondo.
Immaginate di viaggiare con la vostra 1100/103 sulla Milano Laghi e immaginate lo stupore di vedere il panorama piatto e agricolo spezzato e spiazzato dalla forma ardita di un tripode che innalza a fino a 51 metri il marchio della Pavesi.

Siamo a Lainate e Villoresi Ovest è solo un puntino sulle carte autostradali, quelle di una volta, quelle che si piegavano e dispiegavano in quadri e si tenevano sempre in macchina.
Ebbene, nel cielo di Lainate il tripode che sfida il cielo e fa immaginare una rampa missilistica è la piramide spaziale ideata da Angelo Bianchetti, architetto razionalista che su incarico di Mario Pavesi, industriale visionario e ardito quanto il tripode, ha progettato l’Autogrill Villoresi Ovest, riscuotendo vastissimo plauso internazionale eanticipando di tre anni le linee Googie del Theme Building che accoglie i viaggiatori all’aeroporto di Los Angeles.
Nel 1958, la suggestione dello Spazio, in Italia passa per Villoresi ovest, Lainate, Lombardia.

La corsa allo Spazio ufficialmente aperta il 4 ottobre 1957 con il lancio dello Sputnik I sarà in effetti una rincorsa, quella americana ai russi che inizialmente sono primi in tutto: loro il primo satellite, il primo essere vivente, il primo razzo sulla Luna, il primo uomo, la prima donna, il primo equipaggio e la prima passeggiata nello Spazio.
Non è solo una questione tecnologica; un razzo che raggiunge la Luna può analogamente portare un ordigno atomico al di là dell’Atlantico, la sicurezza basata sul primato nucleare vacilla e nella grande provincia americana i bunker antiatomici con la loro dotazione alimentare di sopravvivenza al fall out proliferano e diventano uno status symbol.
C’è bisogno di una scossa.
John Fitzgerald Kennedy il 12 settembre 1962 nello stadio della Rice University di Houston, davanti a 35.000 persone che pendono dalle sue labbra annuncia la sfida, o meglio, annuncia il sogno perché le sfide vivono sempre anche di sogni.

 “Andremo sulla Luna…” dice Kennedy, lui non lo vedrà, ma il 20 luglio 1969 Neil Armstrong e Buzz Aldrin che passeggiano sulla Luna fanno voltare pagina al Mondo. 

Il secolo che si era annunciato con il volo dei fratelli Wright nel 1903 e con l’enfasi della velocità e della sfida alle stelle lanciata da Filippo Tommaso Marinetti nel 1909, mantiene le sue premesse; volo e velocità non solo cambiano il rapporto con il tempo e le relazioni umane, sociali, economiche e industriali, ma influenzano anche tutte le arti espressive e figurative.
Nella parentesi che corre tra l’ottimismo degli anni cinquanta e i ripensamenti degli anni settanta, la suggestione che la corsa allo Spazio eserciterà sulla letteratura, sul cinema, sulla moda, sulla pubblicità, sul gioco, sulla musica, sul design e sull’architettura sarà tale da far diventare quelli gli anni della Space Age.

La Space Age, quindi, è stata molto di più della sola corsa allo Spazio.
La Space Age non è stata solo un insieme di fattori scientifici, tecnologici, industriali ed economici, ma è stata anche, e forse soprattutto, la contaminazione culturale, estetica, narrativa e attrattiva che la corsa allo Spazio ha saputo produrre nella società.

La Space Age è stata quella suggestione che a un qualunque baby boomer interrogato sul lavoro che avrebbe desiderato fare da grande faceva immancabilmente rispondere che avrebbe voluto fare l’astronauta, come ci fanno ben intendere l’illustrazione di Walter Molino sulla copertina della Domenica del Corriere del 22 dicembre 1957 e i quaderni illustrati che accompagnavano lo studio dei bambini.

Il mondo dei sogni, però, non è solo dei bambini.
L’Italia nello Spazio è da subito protagonista grazie soprattutto a Luigi Broglio, padre perseverante e lungimirante dell’avventura spaziale italiana che, nel quadro di un programma di cooperazione con gli Stati Uniti, manda in orbita il San Marco, il nostro primo satellite.
È il 1964, ma da allora la capacità di proiezione spaziale dell’Italia non si è mai fermata e oggi si esprime al massimo livello nella prospettiva del ritorno stabile sulla Luna, del salto verso Marte, dell’esplorazione dello spazio profondo, delle comunicazioni satellitari e dell’osservazione della Terra.
Negli anni d’oro della Space Age l’Italia ha espresso creatività e humanities ineguagliate e tra queste arruoliamo per genius loci anche Pietro Costante Cardin nato a Sant’Andrea di Barbarana in provincia di Treviso, in arte Pierre Cardin, avanguardia creativa italiana in terra di Francia e tra i massimi interpreti della Space Age tradotta in moda e stile.
Ovviamente Pierre Cardin non fu il solo a inseguire le suggestioni dello Spazio nella moda.
In Italia il marchese Emilio Pucci, pioniere dell’alta moda e pilota pluridecorato, nel 1965 presenta la collezione Gemini 4 e nel 1971 disegnerà lo stemma per le tute degli astronauti dell’Apollo 15;le Sorelle Fontana il 20 luglio del 1969, in concomitanza con l’allunaggio presentano la Collezione Lunare, il cui abito più importante, Disco Lunare, si narra essere stato confezionato in una sola notte; Giancarlo Zanatta nel 1978 metterà sul mercato i Moon Boot, doposci di chiara ispirazione lunare che nel 2000 saranno inseriti in una mostra al Louvre tra i 100 oggetti simbolo del design del XX secolo.

In Francia il fascino dello Spazio colpirà l’eclettico André Courrèges, ingegnere appassionato di design iniziato alla moda nell’atelier di Balenciaga che nel 1964 presenterà la sua collezione Moon Girl, mentre in Spagna sarà Paco Rabanne a svilupparne il senso vestendo nel 1968 la Jane Fonda che Roger Vadim dirige in Barbarella.
Insomma, le Moon Girls segnano un’epoca e tra l’altro fanno sognare gli adolescenti che nel 1971 aspettavano la domenica pomeriggio per guardare gli episodi di UFO, la fantascientifica serie televisiva prodotta da Gerry e Silvia Anderson che dagli oggetti alle automobili, dagli arredi alle donne di Base Luna con i loro mini abiti metallizzati e le loro acconciature a caschetto, è un vero cult del design Space Age.

Non solo moda, anche arredi e oggetti di casa cambiano forme, materiali e colori,le funzioni trovano nuove declinazioni, l’essenziale si abbellisce e una folta schiera di designer italiani,da Vico Magistretti a Joe Colomboda Gino Sarfatti a Giotto Stoppino – alcuni nel perimetro di quella straordinaria fucina creativa che Ernesto Gismondi, appena scomparso e guarda caso ingegnere aerospaziale, non poteva che chiamare Artemide in onore della dea greca che guida il carro della Luna – si muove tra la suggestione del moderno, l’estetica lunare e l’immaginario pop, sperimenta nuovi equilibri, crea assonanze originali, trova nuovi linguaggi e nuove espressioni.

Grandissima poi l’influenza sull’automotive, dove la spinta creativa della carrozzeria Bertone farà crescere una generazione di designer straordinari, da Franco Scaglione ai fratelli Giugiaro, e che per Alfa Romeo disegnerà modelli come la concept serie B.A.T. a metà anni cinquanta, la Giulia Sprint Speciale ’63, la Montreal e la ancora più avveniristica Alfa 33 Gran Turismo Carabo, così come dalla Miura alla Espada, per Lamborghini, per Lancia la Stratos e il suo concept derivato Sibilo e persino alcuni modelli di motorini per la Innocenti Lambretta.

Per dare idea della dimensione mondiale del fenomeno, di oltreoceano possiamo ricordare le concept car Firebird I, II e III realizzate dalla General Motors tra il 1954 e il 1958.

E poi ancora musica, cinema, letteratura, fumetto – sul quale apro una digressione personale per citare The Jetson, sitcom televisiva a cartoni prodotta da Hanna & Barbera in pieno stile Googie retrofuturista, ambientata nel 2063 con prima messa in onda RAI nel 1964 ribattezzata I Pronipoti -.
Insomma, l’attesa della Luna, prima, e la sua conquista, dopo, diventano in tutto il mondo linfa vitale e creativa per ogni linguaggio narrativo e figurativo.

La storia si ripete?
A volte accade ma, sicuramente la storia insegna.
L’Italia nello Spazio, così come ancora prima nel volo, ha sempre avuto un ruolo di primissimo piano e oggi dispone di eccellenti competenze scientifiche e industriali, di una riconosciuta capacità di partnership, di una visione strategica di respiro, di uno strumento operativo come l’Agenzia Spaziale che molti ci invidiano, è il terzo contributor dell’Agenzia Spaziale Europea, partecipa a tutti i programmi dell’Unione in tema di aerospazio e ha un tessuto vitale di imprese, medie e alcune anche piccole, che si inseriscono con prodotti e servizi innovativi in tutta la filiera dell’aerospazio.
Una filiera che, al dato 2018 divulgato dall’ASI, significa circa 7.000 addetti e un fatturato di circa 2 miliardi di euro, e che vede un Piano Strategico Nazionale, licenziato nel 2016, che determina investimenti per 4,7 miliardi di euro.
Tutto questo nel quadro di un ecosistema mondiale che, sempre al 2018, valuta il volume della Space Economy in 360 miliardi di dollari con previsione di arrivare a 3.000 miliardi nel 2040, e con investimenti di venture capital che nel solo 2019 hanno cubato 4,8 miliardi di dollari.

In uno scenario di tale prospettiva, oltre all’ingresso di nuovi player nazionali – gli Emirati Arabi, per esempio, che hanno annunciato una loro missione lunare nel 2024 – l’elemento di discontinuità rispetto al passato è l’accesso allo Spazio dei privati, ma non solo come turisti spaziali, come protagonisti dell’esplorazione.
In uno scenario che vede la Space Economy essere agente di cambiamento e transizione, gruppi privati con grande capacità di investimento in ricerca e sviluppo come Elon Musk, Jeff Bezos o Richard Branson, affiancano le agenzie governative in un ecosistema di partnership e integrazione, una sorta di realtà aumentata che, proprio per questo suo tratto innovativo, prende il nome New Space Economy.
In questo scenario, strategia e capacità scientifica e industriale italiana dello Spazio hanno bisogno di una grande alleanza capace di giocare una partita asimmetrica e che stenda un perimetro di sicurezza intorno a una posizione che, seppur primaria, sarà incalzata da una competizione internazionale fortissima che, facile prevederlo, in alcuni casi diventerà antagonismo.

Una prima leva di questa grande alleanza è la finanza privata.
La New Space Economy può trovare nel risparmio italiano un interlocutore sensibile per investimenti a medio termine non speculativi, investimenti mirati sull’economia reale e che, in particolare, tendano ad accelerare e favorire il processo di ricaduta terrestre di tecnologie, materiali e servizi pensati per lo Spazio.
Tra le innumerevoli possibilità di investimento, tutto lascia intendere che un fondo innovativo dedicato al technology transfer spaziale, ben condotto e ben comunicato, avrebbe buona accoglienza, buon perimetro di raccolta e buon rendimento a medio termine.
A questo proposito l’esempio del neocostituito fondo Primo Space è da considerare importante, ma non esaustivo passo verso la direzione da percorrere.

La seconda leva, definitiva ed esponenziale, è la cultura.
La New Space Economy ha bisogno di humanities, di sguardi orizzontali e non solo verticali, ha bisogno di prospettive a perdita d’occhio e non solo di altezze vertiginose e distanze siderali.
Mutuando quello che è accaduto nella prima corsa allo Spazio e che abbiamo appena raccontato in pillole, la New Space Economy deve diventare New Space Age, animare contaminazione culturale, proiettare suggestioni creative, saldare il rapporto tra scienza, industria, filosofia, arte e creatività, elaborare cifre estetiche della bellezza per attrarre le intelligenze che andranno a governare il percorso spaziale di domani e dopodomani.
La partita dell’aerospazio italiano è senza dubbio scientifica, industriale e finanziaria, ma non può che essere anche culturale e all’insegna di un umanesimo contemporaneo che caparbiamente vuole costruire il futuro e che altrettanto caparbiamente si prende la licenza di immaginarlo.
Il complesso industriale dell’aerospazio italiano è dinanzi alla scelta obbligata e non rinviabile di avviare un dialogo stabile con la creatività italiana, ne deve far emergere il talento e ne deve sostenere narrazione che dovrà accompagnare il ritorno della grande avventura dell’esplorazione spaziale e il miglioramento della vita terrestre che ne andrà a derivare.

Non solo numeri, quindi, ma epica, non solo quantità, ma valori uncountables.
Il tempo per un Manifesto Culturale della Space Economy è non solo maturo, ma impellente.
Anche questa è una sfida, ed è la sfida che lanciamo.
Qui e ora.

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