LA POLITICA DEL CARCIOFO, AL CONTRARIO

di Diego Castagno

Torino è di nuovo la capitale dell’auto. Stavolta della rottamazione, del riciclo e del recupero. E Mirafiori è di nuovo il simbolo della nuova industria green e circolare. Comunque la si possa pensare. E anticipa una tendenza che potrebbe essere del sistema manifatturieri del paese, o comunque sul quale il sistema paese sta incominciando a fare i conti.

A Mirafiori non ci saranno più migliaia di lavoratori ma poche centinaia e, psicologicamente, per una comunità una cosa è produrre un’altra è rottamare. Ma tant’è. È la Circular Economy, bellezze. E gli affari sono affari.

Si chiama strategia delle 4 R: Rigenerare, Riparare, Riutilizzare, Riciclare

È la strategia di innovazione By Design che coincide nella sostanza con la transizione green e che dovrebbe salvarci dal surriscaldamento globale. La strategia della circolarità si può applicare a tutta l’industria e nel nostro paese manifatturiero avrà un impatto importante.

Applicata alle automobili ad esempio funzionerà grosso modo così: si rigenerano i componenti usati, usurati o difettosi, che vengono smontati, puliti e poi rigenerati e che alla fine del processo hanno le stesse performance e le garanzie dei ricambi originali. I pezzi rigenerati sono più convenienti ed hanno la stessa qualità. Parliamo di motori, cambi, batterie ad alto voltaggio, che rigenerato hanno una seconda vita e sono un’alternativa sostenibile e accessibile tra i ricambi offerti sul mercato.

Il ricondizionamento dei veicoli che vengono immessi sul mercato dell’usato si ottengono con lo smontaggio di veicoli usati: il rottame diventa una risorsa sia per il recupero di componenti originali in buone condizioni sia per il recupero di materiali destinati al riciclo e a essere re-immessi nel ciclo produttivo. Queste attività prevedono un cambiamento del modello di produzione e di consumo, un passaggio da un’economia lineare secondo la logica del ‘produrre, consumare e buttar via’, a quella dell’economia circolare, che che fa durare le risorse e i prodotti il più a lungo possibile, riduce gli sprechi e la necessità di nuove materie prime di energia e di emissioni.

Sulla economica circolare scommette forte tra le altre anche Stellantis che con il piano strategico “Dare Forward 2030” si è posta l’obiettivo di generare più di 2 miliardi di euro di ricavi entro il 2030, incrementando di 10 volte i ricavi ottenuti dal riciclo nel 2021.

E con l’economa circolare potrebbe trovare finalmente anche una nuova identità produttiva Mirafiori, la grande fabbrica dell’auto di Torino, simbolo di un mondo ormai passato.

O almeno cosi la pensano Alberto Cirio, presidente della Regione, e Stefano Lo Russo, il sindaco della ex capitale dell’auto. E probabilmente ha ragione Cirio quando dice che “Stellantis mette a a Mirafiori l’hub dei rifiuti e questo è un risultato straordinario: quando ti tolgono i pezzi te ne tolgono sempre, quando ti arricchiscono in prospettiva te ne daranno sempre di più. E’ la politica del carciofo al contrario. Abbiamo ereditato una politica del carciofo dove ti toglievano i pezzi, alcuni ce li siamo tolti da soli come è successo con le Olimpiadi. Oggi l’inversione di tendenza è netta. Più porti e più arriva”.

L’hub dell’economia circolare di Stellantis a Mirafiori è in sostanza la rigenerazione di componenti, il ricondizionamento e lo smantellamento di veicoli, una operazione annunciata due anni fa. Torino quindi tornerà ad essere la capitale dell’auto, non della produzione ma dello smaltimento di quello che resta delle macchine usate e di quello che c’è dentro.

Stellantis ha già individuato le risorse che saranno coinvolte sul fronte produttivo e gestionale, più di 500 persone, ”un passaggio storico che premia il pragmatismo e la capacità di lavorare insieme” secondo la politica e le parti sociali, associazioni degli industriali e sindacati.

Già alla fine di quest’anno a Mirafiori verranno smontate e recuperate le prime auto.

La notizia gira da due anni con scarsissima visibilità, eppure il fatto è di portata eccezionale, per complessità e contemporaneità. L’industria del futuro è circolare, il paradigma nuovo nel concreto ridisegna non solo la produzione ma anche il consumo e il concetto del valore che si da alle cose. La transizione però si scarica sempre sulle comunità locali, che poco possono nel determinare i processi decisionali che sono sempre più globali. Se Torino anticipa, come spesso capita, occorre prepararsi ad un modo di pensare l’industria davvero diverso.

PS. L’innovazione comunque è dall’alto, con buona pace di chi parla di processi condivisi, co-progettati co-creati e condivisi.
E la cosa che stupisce di più è proprio l’assenza di qualsiasi forma di dibattito e di confronto su questo processo, comunque la si possa pensare.

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