LA MACCHINA CHE FUNZIONA DA SÉ (IVAN ILLICH E IL VASO DI PANDORA)

di Francesco Monico

La nostra società assomiglia a quella macchina insuperabile che ho visto una volta a New York in un negozio di giocattoli. Era uno scrigno metallico, che, premendo un pulsante, si apriva per mostrare una mano meccanica le cui dita cromate si protendevano verso il coperchio, lo abbassavano e lo chiudevano a chiave dall’interno. Trattandosi di una scatola, ti saresti aspettato che si potesse estrarne qualcosa, e invece conteneva soltanto un meccanismo per chiudere il coperchio. Questo bizzarro congegno è il contrario esatto della «scatola» di Pandora.”[1] Ivan Ilich, 1970.

Nella mitologia greca, Pandora – in greco “dono” – è la prima donna mortale, creata da Zeus fu condotta da Epimeteo, il fratello di Prometeo. Questi, nonostante l’avvertimento di non accettare doni dagli dei, sposò Pandora. La quale portò in dote un vaso, che però le era stato ordinato di lasciare sempre chiuso.

Tuttavia, spinta dalla curiosità, essa aprì il vaso e da esso uscirono: la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia ed il vizio. Sul fondo del vaso rimase la speranza. Quindi il mondo divenne un luogo inospitale, quasi un deserto, finché Pandora aprì nuovamente il vaso per far uscire anche la speranza ed il mondo riprese a vivere.

Secondo questo racconto la storia dell’uomo e delle donne modernə comincia con la degradazione del mito di Pandora e si compie con lo scrigno che si chiude da solo e/o la macchina che non serve. Infatti l’essere umano nel XXI secolo è giunto a costruire la scatola che si chiude da sé. È la storia dello sforzo per creare istituzioni e dispositivi che pongano rimedio all’azione dei mali scatenati dalla curiosità.

Ma in Ivan Illich, scrittore, storico, pedagogo e filosofo austriaco è anche la storia dell’affievolirsi della speranza e del sorgere delle aspettative.

L’etimologia della parola speranza deriva dal latino spes, a sua volta dalla radice sanscrirta spa- che significa tendere verso una meta. E la nozione di speranza è anche una delle tre virtù teologali cristiane, che eleva l’uomo al di sopra delle sue forze naturali. La speranza è precondizione del progresso, prepara il terreno all’avvento di quella grande promessa laica che è l’innovazione.

La speranza trae tutte le proprie forze dalla passione ovvero dalla crisi, perché maggiormente soffriamo maggiormente siamo obbligati a sperare. Il paradosso è che anche se cessiamo di soffrire speriamo di non soffrire più, ovvero la speranza è implicata nella sofferenza e pure nella grazia: così specularmente per avere il progresso bisogna implicare un de-gresso, una rovina, una dis-truzione, ovvero il citato vaso di Pandora.

E oggi la speranza del progresso da mezzo è diventata un fine, ovvero non porta a nessun paradiso perché dopo di esso andrebbe alla ricerca di un paradiso ‘ancora migliore’ e così all’infinito. La speranza è progresso, augurio, fantasticheria, illusione, promessa, risorsa, aspettativa, attesa, aspirazione, desiderio, fiducia, sogno, garanzia, possibilità, probabilità e il contrario è disperazione, pessimismo, scetticismo, tristezza così come abbattimento, avvilimento, sconforto, scoraggiamento, depressione, desolazione, involuzione e infine rassegnazione. 

Già nella Querelle des anciens et des modernes nel XVII secolo il progresso viene a configurarsi come un processo indefinito che veicola la concezione di un futuro aperto, sempre e comunque nuovo, migliorativo. La speranza del progresso, e la sua ancella ovvero l’innovazione, non conoscono il loro punto di arrivo, sono finalizzate a sé stesse, ovvero sperano per sperare. Il mezzo (la speranza) si fa fine, ovvero la speranza non si risolve mai.

Illich giustappone a questa speranza irrisolta non la non-speranza ma l’aspettativa, intendendo con ciò il contare su risultati programmati e controllati dall’uomo. L’aspettativa attende soddisfazione da un processo prevedibile, il quale produrrà ciò che è diritto pretendere. Secondo Illich i greci cominciarono a sostituire alla speranza le aspettative. Pandora liberava sia i mali che i beni; ovvero essi videro la ‘doppiezza’ della cosa.

Per l’essere umano naturale il mondo era governato dal caso, dai fatti e dalla necessità. Sottraendo il fuoco agli dèi, Prometeo tramutò i fatti in problemi e il caso in soluzioni così diede origine all’essere umano classico che formò un contesto civilizzato per una domesticazione umana a sfondo tecnico. L’uomo e la donna moderni superarono la natura per cercare di creare un mondo proporzionato a se stesso e poi s’accorsero che potevano farlo solo a patto di rifare continuamente se stessi per adattarsi alle tecniche che avevano creato.

Secondo Ilich “Dobbiamo ora guardare in faccia la realtà: è l’uomo stesso che è in gioco. Vivere oggi a New York significa avere una particolarissima visione di ciò che è, di ciò che può essere, senza la quale vivere a New York sarebbe impossibile.

Nelle sue strade un bambino non tocca mai niente che non sia stato scientificamente elaborato, fabbricato, pianificato e venduto a qualcuno. Persino gli alberi sono lí perché la ripartizione giardini ha deciso di metterceli. Le barzellette che egli ascolta alla televisione sono state programmate a caro prezzo. I rifiuti con i quali gioca nelle vie di Harlem sono resti di confezioni concepite per altre persone.

Persino i desideri e le paure sono plasmati dalle istituzioni. ” (Illich, 1970) E’ l’avaria della macchina che si configura come spunto che può innescare la fantasia creativa. “«Bigiare» diventa la sola esperienza poetica a portata di mano.” (Illich, 1970). Il progresso produce il mercato globale delle merci, esso produce dei bisogni indotti secondo la sentenza che: se viene prodotto tutto quanto è richiesto, l’uomo finisce per aspettarsi che niente di ciò che viene prodotto possa non essere richiesto.

Non fare quello che si può fare smaschererebbe la follia del principio che ogni richiesta soddisfatta implica la scoperta di una richiesta ancor maggiore che chiede di essere soddisfatta a sua volta.

Una rivelazione del genere arresterebbe il progresso e metterebbe in luce che la legge delle «aspettative crescenti» è un eufemismo per indicare un abisso di frustrazione sempre più profondo, che è il vero motore di una società fondata sulla produzione di servizi e beni e di accresciuta domanda.

Ed è sempre un problema di immaginazione e di novellazione infatti se si può progettare il primo viaggio umano altrettanto è concepibile la richiesta di circumnavigare l’orbita di una stella, e un domani di atterrarci. Non farlo sarebbe sovversivo. Poi poco male che la missione non implichi, almeno per ora, la presenza umana a bordo, è il fatto che la abbia progettata l’essere umano che permette l’implicazione e l’associazione della presenza umana in una sonda automatica.

Così la tecnobibbia mensile dell’innovazione tecnologica Wired annuncia nel maggio del 2017 che la Nasa è pronta a lanciare una sonda che ‘toccherà’ l’incandescente atmosfera solare. “Altro che missioni sulla Luna e su Marte: la Nasa punta ancora più in alto, preparandosi a toccare il Sole.”[2]

Orbitando a 6,2 milioni di chilometri dalla superficie del Sole, la Parker Solar Probe[3] dovrà far fronte alle elevatissime temperature e alle radiazioni dell’atmosfera solare, costerà 1,5 miliardi di dollari.

E non investire la cifra di 1,5 miliardi di dollari in un viaggio verso le stelle sarebbe sovversivo. Smaschererebbe la follia del principio che ogni investimento soddisfatto comporta la scoperta di un investimento ancor maggiore che chiede di essere soddisfatto a sua volta. Una rivelazione del genere arresterebbe il progresso. Non produrre ciò che è possibile metterebbe in luce che la legge delle «aspettative crescenti» rivela un abisso di frustrazione, che è motore di una società fondata sulla produzione incessante di servizi e di accresciuta domanda. 

E se il mezzo diventa fine, l’uomo e le donne circondatə da strumenti onnipotenti sono ridottə a essere un servomeccanismo dei propri strumenti. Ecco quindi che la speranza che ha un fine, viene sostituita con la speranza senza fine, e il progresso come procedura senza fine fondato su una misurabilità e prevedibilità non può che portare il soggetto a farsi servomeccanismo e cadere vittima di un narcisismo tecnologico, che altro non è che una pulsione chiusa, automatica, incapace di proiettare un’ombra di sé, di sviluppare una proporzione, una misura.

Così questa tecnica si è trasformata in una domesticazione che è un insieme di procedure mnemoniche e pratiche, sequenze e quantità date di cognizioni. La domesticazione delle generazioni attuali implica 15 anni di scuola dell’obbligo alfabetica e tipografica, che non sembra avere la forza per reagire all’attacco della domesticazione tecnologica digitale, ipertestuale, della macchina di Ilich sia che sia una macchina che non serve, sia che sia una macchina che si chiude da sola.

In questa situazione paradossale avviene che ogni istituzione diventa uno scrigno a perfetta tenuta e a chiusura automatica, ed esattamente come le macchine di Ivan Illich: “L’uomo è intrappolato nelle scatole da lui costruite per racchiudervi i mali che Pandora si lasciò scappare L’offuscamento della realtà ad opera dello smog prodotto dai nostri strumenti ci ha avviluppati tutti. Ci troviamo all’improvviso nel buio di una trappola fabbricata da noi stessi.”[4]

The Do Nothing Machine plus stationary engines

[1]Ivan Illich, Descolarizzare la società, Mondatori, 1970. Ripreso in: Il Covile n°267, maggio 2005.

[2]Wired Marta Musso, 31 Maggio 207, https://www.wired.it/scienza/spazio/2017/05/31/solar-probe-plus-nasa-missione-sole/

[3]http://solarprobe.jhuapl.edu/

[4] Ivan Ilich, opera citata 1975, Pag 28

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