Italiani all’estero: semplificare il rientro

di Aldo Aledda

L’Italia ha un grave problema, in verità ne ha molti, ma quello dell’invecchiamento della popolazione è tra i più urgenti. Anche perché mette il dito nella piaga dell’esodo della generazione più giovane  all’estero. Così il Paese si svuota delle cosiddette “intelligenze fluide” e si riempie di quelle più attempate, definite “cristallizzate”, che ormai stanno portando l’età media lavorativa a ridosso della cinquantina, particolarmente nei settori del terziario. E, a fronte di un’età che aumenta, il rapporto tra chi lavora e non, si sta sempre più riducendo di uno sua due. Un problema questo che hanno non solo i paesi del blocco occidentale, ma anche quelli asiatici, Giappone e Cina in testa, che tra non molto saranno seguiti da altri come la Corea del Sud e quelli della cintura asiatica del pacifico e a ruota dai più prolifici popoli dell’America meridionale.

Le soluzioni. Tutti i paesi interessati, tranne il Giappone, si danno da fare per sfruttare il movimento migratorio che, secondo le ricerche rese disponibili dall’Onu, interesserebbe in uscita oltre il 4 per cento della popolazione mondiale (per la precisione il 3,5% di quella dei paesi in via di sviluppo e, paradossalmente, il 4,8 di quella sviluppata). Questa pare la soluzione privilegiata dal momento che consente di disporre nell’immediato delle risorse necessarie per coprire il mercato del lavoro, comprese le posizioni più elevate rispetto alle quali oggi si assiste a una autentica guerra tra nazioni per attrarre i migliori talenti nei diversi campi. Meno soddisfacente appare l’altra soluzione, ossia di promuovere la fertilità interna. Che nel mondo non funziona se non in Africa giacché anche grandi paesi come la Cina hanno ormai raggiunto un picco da cui incominciare a scendere (tant’è vero che i demografi prevedono che, raggiunti i dieci miliardi di esseri umani, verosimilmente alla metà di questo secolo, il pianeta incomincerà a spron battuto a perdere popolazione). E se anche questa soluzione, essendo comunque a crescita zero, dovesse in qualche modo funzionare mettendo le donne nelle condizioni migliori di creare e curare figli, i risultati per l’economia e la società non si potranno vedere prima di venti/trent’anni, mentre questi occorrono subito.

E l’Italia che cosa fa? La buona notizia è che dopo più di vent’anni di esecrazione del fenomeno migratorio, che aveva posto il nostro paese nel gradino più elevato del podio europeo del razzismo, grazie proprio a un governo di centro destra nel cui interno più altrove si registravano queste tendenze, le distanze su questo problema con le opposizioni di sinistra, che invece volevano “dentro tutti”, si sono accorciate. E ciò è accaduto sia lavorando sui numeri che dimostrano che non siamo i primi in Europa ad accogliere migranti, ma veniamo almeno dopo la Francia e la Germania e che in tutti i casi i famigerati sbarchi e i salvataggi in mare rappresentano poco più del 15 per cento degli ingressi totali dei migranti (quasi tutti legali perché con visto turistico o per congiungimento familiare). E, poi, anche perché si è constatato che l’Italia non solo ha bisogno di un effettivo ripopolamento ma anche di manodopera nei diversi settori dell’economia, in cui essa langue, dall’agricoltura all’edilizia, al turismo, all’assistenza sanitaria, ecc. e perciò non provvedere fa male a tutti, anche a chi governa.

Questa è l’unica soluzione o ne esistono delle altre? Da qualche tempo l’opinione pubblica nazionale più qualificata sembra prestare maggiore attenzione al fatto che nel mondo ci sono ufficialmente più di sei milioni di concittadini iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani all’estero), circa 80 milioni di italo discendenti e, secondo le organizzazioni che si raccolgono intorno a Piero Bassetti, in 120 milioni potrebbe essere conteggiata questa grande massa aggiungendo gli stranieri di cultura italiana (artisti, musicisti, imprenditori, manager, docenti universitari, politici, uomini di cultura, sportivi, ecc.) L’ipotesi è che buona parte di costoro sia disponibile a rientrare nel nostro paese fisicamente o con proprie attività o costituirne parte attiva pur stando altrove; di questo siamo sicuri soprattutto quando si parla di pensionati che porterebbero qui ottime retribuzioni dai paesi più avanzati (come la Svizzera) e di più recenti expat che manifestano il desiderio di tornare nella propria terra perché ritengono concluso il periodo di studio, di tirocinio, di lavoro, di conoscenza del mondo, ecc. E siamo anche certi che il nostro paese presenti una sua attrattività, ossia la carta che giocano tutti gli altri per attrarre stranieri sul loro territorio, soprattutto se si guarda a quelli che risiedono nelle aree più in crisi dell’America Latina (dall’Argentina dove in proporzione vi è la più alta concentrazione di italiani e italo discendenti al Brasile dove questi lo sono in senso assoluto, mentre da altri, come il Venezuela, l’uscita sarebbe giustificata dalle penose condizioni politiche ed economiche in cui versano).

Qual è oggi l’ostacolo? Il problema è che le istituzioni italiane devono abbandonare, da un lato, il secolare atteggiamento di fastidio e di spocchia nei confronti della propria emigrazione (perché un tempo era considerata tradire la patria fuggendo all’estero o animata solo dal non eccessivamente  patriottico desiderio di avventura o di fare fortuna, a tacere che molti sono stati accusati di infangare il nome della propria terra andando altrove a rubare il lavoro ai residenti o facendo i mendicanti). E pesa anche che lo Stato non smette mai di usare gli strumenti coercitivi per opprimerli, discriminarli, svuotarne le tasche, costringerli a file umilianti negli uffici pubblici  per adempimenti burocratici in larga misura inutili… Ultimo esempio è il provvedimento preso alla fine del 2023 in cui si sanziona fino a 1000 Euro chi omette di iscriversi all’Aire, un adempimento questo utile solo a fini statistico elettorali e dannoso perché si perde qualcosa a livello fiscale ma soprattutto l’assistenza sanitaria in Italia e qualche volta risulta addirittura controproducente (se eri iscritto all’Aire, per esempio, dopo averti raccomandato caldamente di farlo sotto il Covid non ti facevano rientrare in Italia perché avevi dichiarato di risiedere all’estero!). Penultima la riduzione dei benefici pensionistici o girare il coltello nella piaga dell’IMU per la casa costruita in Italia (condizione per rientri periodici o definitivi, ma anche occasione di lavoro per l’edilizia e gli artigiani locali). Terz’ultima, la scandalosa decisione dell’agenzia delle entrate di mettersi di traverso nel 2010 al rientro dei cervelli cui la legge finanziaria aveva consentito una forte esenzione fiscale, ma che per il nostro fisco sarebbe andata bene solo per chi era in regola con l’iscrizione all’Aire. Ricorsi in tribunale, polemica sulla stampa e sui media, mobilitazione della politica, fintanto che nella Finanziaria del 2020 non si stabilisce che l’iscrizione all’Aire non è obbligatoria per ottenere quei benefici, per giunta neanche per quelli stabiliti dalla precedente norma del 2010. Troppo tardi per chiudere la stalla, giacché i buoi erano ormai scappati e sicuramente all’estero non faranno troppo proselitismo tra gli expat perché rimettano piede in Italia. A questi schiaffi in faccia se ne aggiungono tanti più piccoli inferti dalla nostra burocrazia, che non rinnova accordi per patenti automobilistiche con paesi esteri, si defila nel riconoscimento di titoli di studio o professionali, fa lo gnorri alle richiesta di cittadinanza e chi più ne ha più ne metta.

E allora che fare, se vogliamo chiedere ai nostri connazionali di prendere in considerazione la possibilità di rientrare in un paese che non sembra amarli troppo? Una recente proposta presentata alla Camera dei Deputati da Fabio Porta, eletto nel collegio dell’America Meridionale, prova a rimuovere qualche ostacolo che si frappone al rientro e al reinserimento in particolare degli italodiscendenti non ancora in possesso della cittadinanza italiana. La legge, costruita nel corso di un paio d’anni col Comitato 11 ottobre di iniziativa per gli italiani nel mondo, un Think Tank di cui entrambi facciamo parte, attraverso seminari, confronti con esperti, apporto di studiosi e di altri parlamentari, prevede la creazione di un Visto permanente di ingresso per questa categoria, con particolare attenzione ai giovani che intendono eleggere il nostro Paese a meta dei propri progetti di vita.

Uno dei presupposti è la quasi scontata aderenza dei potenziali rientranti alle esigenze del nostro Paese, essendo già di cultura italiana, e quindi la potenziale rapidità dell’inserimento anche se spesso non ne parlano la lingua. Precondizione del suo raggiungimento è la semplificazione dei meccanismi amministrativi di ingresso nel territorio nazionale che oggi vede gli emigrati italiani non UE e privi della cittadinanza italiana assimilati agli stranieri dalla legge 268/1998, quindi sottoposti anch’essi a un perverso gioco dell’oca per cui quando pensi di avere trovato finalmente la giusta casella di ingresso o di permanenza puoi sempre inciampare in un comma che ti riporta a quella di partenza. Il paradosso è che oggi in Italia è prevista una quantità notevole di visti permanenti (scienziati, professori, imprenditori, lavoratori, studenti, persone con sufficienti risorse finanziarie, ecclesiastici, ecc.) che lo rendono apparentemente accessibile ma che hanno tutti la possibilità di chiudersi, salvo non abbia le giuste risorse finanziarie, nella misura in cui costringono i richiedenti a passare attraverso un meccanismo burocratico che già in partenza, per non sapere né leggere né scrivere, impone di fare una bella coda nel Consolato di provenienza per ottenere un visto d’ingresso. Non solo ma, giunti in Italia, se ne profila un’altra alla Questura di competenza per ottenere il “permesso di soggiorno”. Due istituti che praticamente sono la stessa cosa, separati appena da una distinzione da azzeccagarbugli, laddove quest’ultimo oltretutto crea disagi infiniti e pessima nomea alle stesse questure oggi già a dura prova nel rinnovare nei  tempi legali i passaporti (nel 2022 uno studio ha dimostrato che le questure italiane avevano sbrigato solo il 62% dei permessi richiesti, facendo girare i rimanenti con una dichiarazione in cui si diceva che avevano “richiesto il permesso”, tanto che si potrebbe dire avere vinto il primo premio come produttori di immigrati clandestini in Italia). Orbene, nella proposta di legge dell’On. Porta il visto di ingresso consolare diviene automaticamente permesso di soggiorno e dopo cinque anni viene trasformato in visto permanente dal comune di residenza e l’emigrato italiano che rientra sarà messo alla stregua di tutti gli altri cittadini residenti. La proposta di legge, comunque, non da del tutto scontata l’italianità di chi intende trasferirsi nel nostro Paese dal momento che gli interessati dovranno dimostrare di conoscere la lingua e la cultura italiana e possedere ogni altro requisito che consenta di ambientarsi, socializzare e inserirsi più rapidamente nel nuovo contesto. Ma superare questi scogli non dovrà costituire più un’impresa titanica e costosa perché le istituzioni si dovranno attrezzare perché le fasi che precedono l’ottenimento del visto siano scandite non solo da tempi certi (termini precisi e silenzio assenso), ma anche dalla produzione di atti e certificazioni nelle lingue straniere dei principali paesi di residenza degli emigrati italiani. Tutto ciò a dimostrazione dell’interesse primario dello Stati a ospitarli al proprio interno contro i pretestuosi ritardi nei riconoscimento dei titoli e delle qualifiche.

In questo modo chi intende tornare nel nostro Paese non sarà solo, ma a sostenerlo e supportarlo saranno le numerose e meritorie organizzazioni degli italiani all’estero che potranno operare a sostegno delle sue richieste e delle sue esigenze fin da quando prende avvio il progetto nel paese di accoglimento  all’arrivo in Italia. Non solo, ma poiché l’obiettivo è il ripopolamento del paese, le famiglie che si presteranno a ospitare i nuovi arrivati potranno detrarre le spese di sostentamento fino a una certa somma con una particolare agevolazione per chi sceglie i comuni più piccoli, oggi maggiormente soggetti al fenomeno dello spopolamento. Per finire, poiché il problema del rientro tocca soprattutto il territorio, ossia le regioni e gli enti locali, questi avranno un ruolo centrale nella programmazione e nella destinazione delle risorse in questo campo.

Questa in sintesi la proposta di legge che il deputato Fabio Porta ha presentato alla Camera con altri colleghi. L’auspicio è che, trattandosi quello dello spopolamento di un problema che non aspetta e non si può permettere i tempi incerti delle decisioni istituzionali, si trovi una corsia preferenziale e bipartisan perché possa correre con l’urgenza che merita.

Aldo Aledda

Coordinatore del Comitato 11 ottobre di iniziativa per gli Italiani nel mondo

Nave Vespucci a Buenos Aires

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