Catania scuola e cultura: da Micio Tempio al Cardinale Sdummet

A Catania, come abbiamo più volte ricordato, sono nati o hanno vissuto diversi importanti autori della letteratura italiana, ma quelli a cui i catanesi tengono in modo particolare sono Micio Tempio e Vitaliano Brancati. 

Il primo, in verità, è più noto per le leggende che si narrano a proposito delle sue, vere o presunte, qualità di maschio siculo, il secondo perché portò agli onori della letteratura, della cronaca e del cinema il “gallismo catanese”.  

Da “Don Giovanni in Sicilia” a “Il bell’Antonio”, fino a “Paolo il caldo”, Brancati seppe descrivere benissimo la catanesitudine, quella che negli anni ’50/’60 del secolo scorso, ma anche oggi, sia pure in maniera più sfumata, caratterizza il “maschio” locale, con i suoi pregi, con i suoi difetti e con la sua minchioneria

Il “maschio” descritto da Brancati è quello impersonato da Don Alfio Magnano, il padre del bell’Antonio, ed è talmente “maschio” che si dispera a causa dell’impotenza del figlio, ma si consola tra le braccia delle prostituite della famosa Via delle Finanze, come hanno fatto tanti adolescenti degli anni ’50 al loro primo “volo” da “maschio”. 

Catania è la città in cui ha sede l’importante accademia Gioenia, un’associazione culturale e scientifica tanto antica quanto di primissimo ordine, ma i catanesi continuano a chiamare Sdummet il beato e veneratissimo Cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet e continuano a dire vernedì, invece e di venerdì, quartoddici, invece di quattordici e lucciola invece di ulcera. Insomma, quannu parrunu sdirrubbunu cantuneri!

Voi direte che la colpa è della scuola, che funziona male, o delle famiglie, che non sono più quelle di una volta. Io dico, invece, che il catanese è talmente attore ed è talmente bravo che, pur sapendo perfettamente che il Cardinale si chiama Dusmet, che il quinto giorno della settimana è il venerdì e che l’ulcera si chiama così e non diversamente, sbaglia lo stesso per alimentare la sua stessa leggenda.  

Lui sa perfettamente che in piazza Duomo c’è la fontana dell’Amenano, ma si ostina a chiamarla l’acqua a linzolu perché è più romantico, incuriosisce, e quindi gli consente di potersi sbizzarrire a raccontare storie e leggende di ogni genere. 

Al catanese importa relativamente che i palermitani tengano a chiamare l’arancino declinandolo al femminile, arancina, e difendono a spada tratta il loro modo di dire solo per stuzzicare l’amor proprio dei cittadini del capoluogo di regione.

E poi, ve lo immaginereste mai un “maschio” catanese che non esprima al maschile qualunque cosa possa caratterizzarlo per la sua ben nota virilità? 

C’è un’eccezione, un po’ volgare, che viola la regola, allorquando si deve identificare l’organo sessuale dell’uomo. Quello però, per lui, ha una nomea tanto conclamata di maschia possanza che non importa se viene declinato al femminile. 

Prova ne sia il liotro, simbolo della città, l’unico elefante al mondo dotato di “attributi” esposti. Se così non fosse stato, il “maschio” catanese come avrebbe mai potuto dire: ci l’aiu chiù grossi di chiddi do liafanti da piazza Duomu? 

Qui, sulle rive del Simeto, sempre meno carico d’acqua, persino le alici vengono declinate al maschile e prendono il nome di masculini. Insomma sulla sfugge alla regola del gallismo locale, di cui l’arancino è soltanto un esempio neanche tra i più importanti. 

Noi figli dell’Etna, dello Jonio e della Magna Grecia siamo fatti così: un po’ Antonio Salandra, Salandro per i catanesi, un po’ Don Procopio ballaccheri; un po’ principe del foro, un po’ mastru di lingua; un po’ Majorana, un po’ ingegnere K2; un po’ lava infuocata, un po’ mare calmo. 

Capirci non è facile, anzi è un dono.  Rendersi conto del carattere dei catanesi è come conseguire una laurea all’Università della vita e non tutti hanno la capacità di riuscire a superare tutti gli esami, poiché spesso si limitano a conoscere ciò che è a tutti noto, mentre il bello della città e dei suoi abitanti è nascosto nell’ignoto, di cui, purtroppo, nessuno parla, ma di cui molti chiacchierano scadendo nei tradizionali luoghi comuni. Volete un esempio? 

A Catania una persona di bassa statura e di corporatura minuta non è piccola, ma è sprucchiu, non comprendere la dolcezza e la poesia di una simile definizione significa non capire quanto romantici e geniali siano i catanesi. 

D’altra parte loro sono molto operosi, non si risparmiano mai, di notte vivono meglio che di giorno, anche perché difficilmente vanno a dormire presto e quasi mai fanno la pennichella, semmai, come già detto, s’abbiunu e soprattutto non fanno complimenti, tuttalpiù t’allisciunu, ma se non si convincono della tua sincerità, “è inutili ca l’allisci e fai cannola, pirchì ‘u Santu è di marmuru e non sura “. 

Stupire un catanese è la cosa più difficile al mondo, non c’è nulla che li turba, né che per loro costituisca una novità.

Il catanese è flemmatico, lisciu, cioè affetto da liscia, infatti, se l’autobus tarda ad arrivare non pensa che il servizio funzioni male, ma che l’Azienda trasporti è talmente intelligente che gli dà il tempo di riposare e di riflettere, e che pertanto il ritardo, che a Milano farebbe imprecare chiunque, a Catania è un dono del sindaco, un modo per consentire ai cittadini di vivere slow e pensare ai destini del mondo. 

O Cumuni, però, non si salva nuddu: su tutti curnuti e sbirri, macari chiddi ca ci resunu ‘u votu. Loro, infatti, i catanesi, si tirano sempre fuori dalle polemiche. 

I guai sono “castighi di Dio” ed i figli del liotro e dell’Etna ne sono sempre estranei: i danni provocati dagli altri ci pesano di più dei nostri, forse è per questo che non percepiamo il conseguente senso di colpa.

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