Catania meteorologica: ‘a oria, ‘u vilenu, ‘u straventu… 

Buona domenica a tutti. Catania è una città che passa alla storia non solo per essere patria di illustri musicisti, di importanti letterati, di insigni scienziati, ma anche per aver dato i natali a Filippo Eredia, che è stato un famoso geofisico, un meteorologo e un accademico italiano. Nato ai piedi dell’Etna Eredia si laureò all’università di Catania e andò ad insegnare a Roma. 

Tra i suoi studenti più conosciuti c’è stato Enrico Fermi, un dettaglio che, come tante altre cose, pochi conoscono e pochissimi diffondono. 

Peccato che tanta scienza la sua città di nascita l’abbia un po’ trascurata, infatti l’aeroporto che gli era stato giustamente intitolato, oggi ha cambiato nome per fare spazio al solito Vincenzo Bellini, che di intitolazioni ne ha tantissime. Ad Eredia, invece, è rimasta solo una strada e una scuola, peccato! 

Filippo Eredia ci avrebbe spiegato che a Catania i venti, che altrove assumono diverse denominazioni: Maestrale, Scirocco, Grecale, Tramontana, Levante, Libeccio, Ponente, Ostro, sono solo tre ‘a Oria, ‘u Vilenu e ‘u Straventu. 

Il catanese è notoriamente molto pragmatico. ‘A Oria è il venticello gradevole che rinfresca le nostre case, soprattutto nelle calde sere d’estate; ‘u Vilenu è quel vento freddo e fastidioso, spesso responsabile di qualche brutta infreddatura; ‘u Straventu ha un significato più vasto, ma comunque è tipico di certe giornate particolarmente ventose. E poi, quando i venti sono forti, sono trenta. Semu spiritusi!

A quel punto il catanese non va a letto, per godersi il meritato riposo, ma s’abbia.

Pare che Quasimodo, siciliano come Eredia, in un primo momento, volesse intitolare una delle sue più famose poesie, “Vento a Tindari”, “Stravento a Tindari”, ma quel giorno le condizioni meteorologiche erano particolarmente buone e lui non si era abbiato, tant’è che il grande poeta e premio Nobel dovette cambiare idea, forse! 

Pare inoltre che il nome di Capo Spartivento, che indica un promontorio della Sardegna Sud Occidentale, in un primo momento dovesse essere attribuito a Portopalo di Capopassero, che per evitare di dover cambiare il nome anche alle sarde e persino alle Alici, si dovette accontentare di chiamare l’isolotto che segna l’estremità meridionale della Sicilia Isola delle Correnti, 

A dire il vero si tratta di un nome un po’ generico, anche per via della confusione che si potrebbe innescare con le correnti politiche in continua e convulsa crescita.

La verità è che Catania è una città controvento, per questo ha un buon aeroporto, il terzo d’Italia, anche se non è più intestato a Filippo Eredia. 

A Catania si vive di sera, a Catania le mogli si scelgono a Ikea, così si ha la certezza che non sono già state montate, a Catania è nata la torta Savoia, anche se a quel tempo c’erano molti repubblicani. 

A Catania il Pigno muore e Micale se ne fotte, ma dire staiu murennu può non significare affatto star male, ovvero essere in fin di vita. Anzi, può significare l’esatto contrario. 

Così come avere ‘i cosci cusuti non vuol dire che il chirurgo che vi ha operato al menisco ha sbagliato a dare i punti di sutura, ma che tenete un’andatura particolarmente lenta. 

Catania è la patria dell’ironia, della simpatia, della genialità. La prima femminista fu certamente Sant’Agata, che si sacrificò pur di non cedere alle violente lusinghe del proconsole Quinziano, ma le femministe non lo dicono mai, perché i diritti umani e civili, non si sa perché, devono essere appannaggio solo di una certa parte politica, che mal sopporta certi “protagonismi” religiosi.  

A Catania il ponte sullo stretto ed i problemi energetici li ha risolti parecchio tempo addietro l’ingegnere K2, che passeggiava per via Etnea spiegando agli increduli passanti che gettando acqua sul cratere dell’Etna si sarebbe sprigionato vapore ed energia. 

A Catania gli astronauti eventualmente inviati ad “esplorare il Sole” partirebbero di notte per non bruciarsi e Ginu da’ Villa non era un essere umano ma uno scimpanzé che allietava i ragazzi degli anni ’60, facendo smorfie da dentro la sua gabbia, al centro del Giardino Bellini, dove i cigni ormai non ci sono più, ma ci sono i cani randagi di cui nessuno si prende cura. 

A Catania i gelsi si vendono solo all’alba o di sera tardi picchì sunu cauri, mentre i fichi si possono vendere anche nell’arco dell’intera giornata e guai a declinarli al femminile, salvo a volersi beccare un “55” dalla propria moglie o dalla propria fidanzata. 

Don Pietro il Gelataio, poi, è il primo e resta il migliore ed il suo gelato coperto di cioccolato si chiama ‘u Turcu, lo stesso soprannome affibbiato a Pietro Anastasi, catanese anche lui, ed indimenticabile centravanti della nazionale. 

Addentrarsi nei soprannomi di alcuni malviventi potrebbe essere pericoloso, ma ce n’é per tutti i gusti: “Turi Paredda”, “Pippu Pignata”, ” ‘u luddu”, “cachiti”, e tanti altri, rigorosamente suddivisi per famiglie, clan e quartieri, ma sempre perfettamente repertoriati negli archivi da madama (la questura), in via Manzoni. 

Su Catania si potrebbe andare avanti per giornate intere, ma la verità è una: per vivere in questa straordinaria città non ci vuole e non basta una laurea, non basta la competenza, non basta l’esperienza, ci vuole cuore, simpatia e tantissima ironia. 

Ve lo immaginate un milanese che per fare un complimento ad un amico particolarmente in gamba lo apostrofi dicendogli si ‘n curnutu? A Catania accade frequentemente e nessuno si offende perché ne comprende il significato traslato.

Per loro, i settentrionali, “cornuto” è solo un insulto: poverini, che tristezza! Per noi curnutu è mille altre cose, di cui vi dirò in altra parte del testo.

Nave Vespucci a Buenos Aires

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