Catania la festa di Sant’Agata

Si celebra a Catania la festa di Sant’Agata, la terza al mondo per dimensione e numero di fedeli. Sant’Agata, però, non è solo culto, anche se lo è soprattutto; non è solo fede, anche se i fedeli sono in tutto il mondo; non è solo rito, anche se muove una ferrea organizzazione, centinaia di migliaia di cittadini e decine di istituzioni civili, militari, religiose e del volontariato.Sant’Agata, come detto in altra parte della pubblicazione, è coraggio, forza, libertà, resistenza civile, è rivendicazione dei diritti delle donne, è miracoli, è passione, è amore, è resilienza. 

Sant’Aiutuzza non n’abbannuna mai. Cittadini evviva Sant’Aita, cittadini evviva Sant’Aita, cittadini evviva Sant’Aita, una frase ripetuta come un mantra, come una preghiera popolare, come un inno liberatorio in cui il sacro, il profano e il popolare si mischiano un un unico coro che accompagna il “fercolo” per le strade della città. 

Durante le giornate dedicate al culto Agatino, parecchie, ma ufficialmente soltanto tre a febbraio e una ad Agosto, in memoria del ritorno in città delle sue spoglie, provenienti da Costantinopoli, Catania si offre a se stessa ed al mondo intero in una veste davvero straordinaria sia dal punto di vista religioso, sia dal punto di vista laico, e non solo per le luminarie, per le bancarelle e per i fuochi d’artificio.

Nuautri catanisi sapemu priari, ma sapemu macari addivittirini ca’ razia da Santuzza ca ni voli beni e n’abbinirici sempri.

I festeggiamenti ufficiali di febbraio cominciano la mattina del tre febbraio, con l’uscita dal Palazzo degli Elefanti delle carrozze del Senato cittadino, con a bordo le autorità municipali. Su tutti chissi ana amministratu mali i catanisi non piddununu e i friscuni si sentunu  finu a Potta Jaci. 

A sira do’ tri ci sunu i bummi da Piazza Duomu. I catanisi sanu ca sunu ‘mpurtanti assai, infatti quannu volunu fari ‘nparauni diciunu: ‘a sparau tantu chiù rossa ca mancu i bummi da’ sira o’ tri.

Su Sant’Agata si potrebbe scrivere più di un libro, e tanti sono già stati pubblicati in passato da diversi autori. In ogni caso qualcos’altro, oltre quanto già detto nei precedenti capitoli, la si può dire. 

Non sarà tantissimo, mi limiterò a riferire solo alcuni passaggi che caratterizzano le celebrazioni in onore della Patrona di Catania. 

Il primo riguarda l’uscita della Santa dal Duomo, la mattina del 4 febbraio, dopo la celebrazione della Messa dell’Aurora e prima dell’inizio del “giro esterno” della città da parte del fercolo, tirato dai fedeli attraverso un grosso cordone, e delle candelore portate a spalla. 

Il secondo riguarda la “salita dei Cappuccini”, nel tratto di strada che unisce Piazza Stesicoro con la chiesa di Sant’Agata la Vetere.

Il terzo si riferisce o’ focu do’ Futtinu, unni nuautri cittadini accumpagnamu a Vara da’ Santuzza  donando fiori e cera. Non mi faciti parrari di chiddu ca succeri ca’ cira ca sugnu cunfissatu friscu. Megghiu ca parru di canni di cavaddu, di calia, di simenza, di turruni, di mennuli atturrati e basta! 

Il quarto passaggio potrebbe riguardare i bambini, molti dei quali, come i devoti, vestono il tradizionale saio. Si rici saccu e non ‘ncuminciamu a parrari talianu chiù do’ giustu!

Torniamo ai bambini che tirano la giacchetta dei loro genitori per convincerli a comprare loro palloncini, lingue di Menelik, zucchero filato e soprattutto una particolare trombetta dalla quale fuoriesce una marionetta di Pulcinella, che ormai è raro vedere. A mia mi piaceva assai e m’addivitteva a ghiucarici.

Il giorno dopo, il 5 febbraio, il fercolo con la statua della Santa, coperta di gioielli donati dai fedeli, esce dalla Cattedrale nel pomeriggio e comincia il “giro interno”, scorrendo, preceduto dalle candelore dei vari mestieri e di quella del Circolo di Sant’Agata, ca s’annacunu tutti, lungo la via Etnea, fino a Piazza Borgo (ufficialmente Piazza Cavour), dove viene accolta da un’altra lunga salve di fuochi artificiali, ma anche da decine di bancarelle di giocattoli e dolciumi di ogni genere. C’è ‘nciauru c’abbrivisciunu macari i motti!

Il giro prosegue fino alla storica chianata di Sangiulianu, lungo la quale il carro che trasporta il busto reliquiario della Santa viene tirato a mano dai fedeli, con il rischio che qualcuno, come purtroppo è accaduto in passato, possa farsi male. Non facemu cunfusioni e stamu attenti, prima ca succerunu danni.

‘A chianata di Sangiulianu e ‘a chaianata dei Cappuccini rappresentano momenti di particolare suggestione religiosa e popolare, come lo rappresenta pure il canto dell’Aurora delle suore di clausura di via Crociferi, poco prima del rientro del fercolo all’interno della Cattedrale, cosa che di solito avviene nella tarda mattinata del 6 febbraio. 

Quannu c’è a festa di Sant’Aita nuautri catanisi non ni facemu mancari nenti, mancu i scummissi clantestini, ma megghiu ca non ni parramu picchi sa comu ni finisci. Sta cosa non s’a pututu livari, però qualcunu c’a pinsari…Chi bella rima!

Come già detto, di e su Sant’Agata si potrebbe parlare all’infinito, come si potrebbe parlare pure del secondo Patrono della città, Sant’Euplio, nato a Catania e morto decapitato, sempre a Catania, il 12 agosto del 304, martire del IV secolo, sotto Diocleziano, di cui si ricordano in pochi, magari solo per il luogo di culto a lui dedicato, nei pressi della Camera di Commercio, al fianco di Piazza Stesicoro, dove prima sorgeva una chiesa, successivamente distrutta da un bombardamento, durante la seconda guerra mondiale. 

Tuttavia è bene limitarci a queste poche informazioni e concludere il capitolo con un sentito, profondo e liberatorio: Viva Sant’Aita.  

Salvo fleres

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