A Catania, alle 21, le polpette sono ancora cavalli 

A Catania, come in molte altre città del Sud, soprattutto d’estate, si ha l’abitudine di cenare molto tardi, quando la temperatura è più mite. 

Nel capoluogo etneo, infatti, alle 21, i puppetti su ancora cavaddi, nel senso che a quell’ora la carne equina tritata, che viene utilizzata per fare delle squisite polpette, che si possono gustare nelle vie del centro storico, è ancora parte di Cavalli vivi e galoppanti. 

I cittadini della terra di Verga, di Patti e di Brancati, però, non fanu puppetti, nel senso che non amano le chiacchiere, poiché sono particolarmente attivi e operativi. 

I catanesi, poi, non sono neanche puppittuni, nel senso che non sono né particolarmente creduloni, né goffi fuori la media, né sono puppittari, nel senso che non amano raccontare frottole vanagloriose. 

A Catania, dove la via VI Aprile non la conosce nessuno, mentre  ‘u passiaturi, nei pressi della stazione, che la costeggia, lo conoscono tutti, non è difficile imbattersi in qualche scunchiurutu, vale a dire in qualche persona sconclusionata. 

I catanesi, infatti, sono particolarmente tolleranti, anzi, lo sono talmente tanto che qualche volta affidano il governo della loro città a qualcuno di questi, che parlano ma non concludono, e poi dicono che non è vero che sono stati loro, dicono che sono stati altri. 

“Cui iu ?” Si chiedono con artefatta ingenuità, da attori consumati quali sono. “E cu sapi cu fu?” Dicono assumendo la tipica espressione di chi finge di stupirsi di qualcosa nella quale non vuole mettere becco. 

A Catania le dichiarazioni d’amore si fanno imbrattando i muri dei palazzi, persino di quelli più belli. Ciollino sei la mia felicità. Ti amo. Dice una scritta che presenta evidenti riferimenti alle ridotte dimensioni del membro maschile dell’amato. 

Ma a proposito di ciollino, a Catania ‘a ciolla ha un doppio significato: è chiamato così il  membro maschile, stavolta di dimensioni normali, ma lo è anche il Jolly delle carte francesi, mentre il Re d’oro delle carte siciliane è la Matta ed essere cu’ l’asu di mazzi sulle spalle è un grave insulto, sinonimo di stupidaggine. 

A Catania è tutto più sfumato. La moglie di Tal dei Tali non ha l’amante ma n’amicu, il marito, invece, si passa ‘u tempu cu’ ‘na brava signora ginirusa assai. 

Per i catanesi gli “arancini” sono rigorosamente maschi e sono o di Savia o di Spinella, mentre se ti sposti alle pendici dell’Etna, i migliori sono quelli del bar Sport di Trecastagni. Gli altri non contano. Non contano soprattutto le “arancine” del bar Alba di Palerno, che a Catania si finge di non sapere cosa siano. Chissù ssi cosi? Non sanu di nenti! E non è affatto vero.

A Catania una persona particolarmente insistente è camurriusu oppure è zichitizichiti, mentre se è particolarmente curioso si dice che è ‘ntrichiti micciu, oppure è intricaloru, mentre i bravi ragazzi, anche se hanno fatto qualche cosa di grave sunu tutti figghiareddi di matri.

Per i catanesi Micio Tempio non è soltanto un famoso poeta del ‘700, bensì un prototipo di maschio superdotato, capace di prestazioni eccezionali, mentre un buon gustaio mangia quantu a Don Cola Carogna quindi, invece di invitarlo a pranzo o a cena è meggiu arrialarici ‘n vistitu novu o faricci ‘ncorredu

A proposito di vestiti e di eleganza, il catanese sa essere anche un po’ macabro, ma sempre con ironia, tant’è che quando vede che un amico indossa il cosiddetto “vestito della festa” non gli chiede se sta andando ad una cerimonia, come sarebbe normale che fosse, ma gli domanda si s’ha fari i fotografii pe’ tri canceddi, vale a dire se sta andando a farsi fare le foto per la tomba al cimitero.

La bella città dell’Etna, il luogo che diede i natali a Vincenzo Bellini e a tanti altri musicisti, non è una località qualunque. Qui Piazza Stesicoro è soprannominata ‘a potrà Iaci” e la fontana del fiume Amemano è detta l’Acqua a linzolu. E non parliamo do’ passareddu e do’ chianu malati

Catania è uno spicchio di paradiso casualmente caduto all’inferno. Per le strade si possono incontrare alcuni santi, ma anche tantissimi poveri diavoli. 

La loro convivenza non è per nulla semplice, ma i catanesi sono capaci di tutto, persino di sopportare di vivere sotto cumuli di immondizia, seppellendo, insieme alla spazzatura, le maldicenze che si mettono in giro su di loro. 

Per digerirle non serve molto, basta un bel bicchiere di seltz al limone con un pizzico di sale: ca è megghiu di na miricina. 

Il fatto è che c’è chi ha messo in giro la notizia che i rifiuti possono rappresentare una risorsa, come accade in tutto il mondo, e loro, i catanesi, ma anche i palermitani e persino i romani, li accumulano per portarsi avanti, in attesa che qualcuno, finalmente, costruisca un termovalorizzatore capace di produrre gas ed energia elettrica per farli risparmiare un po’.

Nave Vespucci a Buenos Aires

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